Ho fatto un sogno.

Stanotte ho fatto un sogno.
Tornavo e me ne pentivo. Nell’attimo di un mezzo respiro. Nell’attimo in cui inspiravo un primo angolo di quella nuova realtà, che poi tanto nuova non era. Inspiravo e realizzavo ciò che avevo perso. Avevo perso un sogno, fatto della stessa sostanza del sacrificio e dell’indipendenza.
Tornare indietro era perdere tutto, e avevo perso tutto.
I miei occhi posavano pensieri su quell’aria, quelle foglie (non so perché proprio le foglie) verdi e aggrappate disperatamente a quelle mura antiche (ora ho capito perché) che si ergevano alte sopra la mia testa, la luce abbagliante, e non facevano che strofinarmeli, quegli occhi, e dirmi che sì, avevo sbagliato a tornare.
Eravamo convinti, e alla fine avevamo deciso. E’ il momento di tornare a casa.
Nel mio sogno ero lì, circondata da un conosciuto divenuto nuovo, ma mai cambiato. Era un voltare la pagina della propria esistenza ma anche un capitolo precedente della stessa. E ora che lo avvertivo, nel pulviscolo controluce dei miei occhi pensanti, mettevo a fuoco di aver sbagliato tutto. Era l’inizio di una paura, avvolta dalla delusione di aver trovato e preso la direzione sbagliata. Come quando disegni un viso su un foglio immacolato, con un percorso ben definito nella tua mente, e però le forme e le linee tracciate dalla tua mano non seguono lo stesso flusso dell’immagine progettata. Succede, quando il disegnatore non è abile interprete di se stesso e di ciò che vuole. Ero certa di aver sbagliato. E ora diveniva più difficile. Ero al primo istante di disperazione, immane e potente, che infiamma e agita ogni luce razionale, facendo perdere il contatto con il resto. Solo per un istante. Lunghissimo e tragico.
Così persa nel mio sogno, mi guardavo intorno, e più dentro che fuori, concependo la mia idea di sconfitta. L’evanescenza della speranza di aver trovato sollievo moriva bruciata dal fallimento. E poi mi mancava quella città, quella che ci aveva accolto senza parole e senza illusioni, ma ci aveva fatto trovare un mondo strano e diverso, ma pronto. Per noi piccoli, ingenui e smarriti.
La paura era una certezza che vinceva su ogni possibilità. E ora? Come faremo?
Poi mi sono svegliata e la paura si è affievolita ad ogni respiro, così come era arrivata. Ero nel mio letto sgangherato, fra le coperte calde, nella nostra piccola casa-stanza tutta bianca, con la luce di Gennaio che entrava dalla finestra, e una neve che cadeva silenziosa e che avrei scoperto solo più tardi. Ero abbracciata a lui che si svegliava per andare a lavoro, ed eravamo ancora lì, nella città che ci ha accolto. Non avevamo deciso niente veramente, non eravamo tornati indietro, non avevamo perso tutto.
L’inquietudine è rimasta. Perché è doloroso pensare che ho paura di tornare a Casa, il mio Paese. E anche sentire un indomito e spontaneo sollievo nel realizzare che poi non l’ho fatto veramente.
Perché non voglio tornare a casa? Perché non lo è più. Forse.
Scoprire che non c’è più un posto per le tue speranze e per la tua libertà, perché prima c’è la disperazione per tutto quello che manca e non c’è mica tempo per aiutare te a far sopravvivere la tua fiducia nell’incerto e la tua voglia di provarci. Perché vorresti veramente che la terra in cui sei nata e cresciuta ti reggesse e ti aiutasse a camminare nelle strade non scritte del tuo e del suo futuro, ma purtroppo lo sai, senza dirlo, che tutto ciò non esiste più.
La testa è cambiata, la voglia è passata, e si è invecchiati senza crescere e progredire. E sto parlando di Lei, la mia terra, e non di me, sua figlia.
Si è fatta lascivamente bendare gli occhi nel mentre che le rubavano i figli più puri e indifesi, e ha accettato di farsi mantenere da quelli meno capaci, quelli che son rimasti lì a riempirla di fandonie sul non accettare, sul non permettere, e loro l’hanno venduta come la più sudicia delle prostitute. Le hanno strappato via l’amore, e io ho paura di lei. Dell’ombra che è rimasta di lei.

Lo so che non mi amerebbe più. E me ne vergogno.
Non so se di me, per il mio sentimento, o di lei che me lo ispira.

So che mi vedrebbe diversa e forse non mi riconoscerebbe.

Non sono cambiata tanto. Ma una madre conosce le sfumature dei dettagli, lei li noterebbe. Vedrebbe che non tollero più le sue mezze verità sulla storia, presente e passata, e sulle promesse ricamate solo per calmare la mia angoscia sul momento.
Capirebbe che ora accetto ogni suono e ogni via che non conosco, e che non temo la mia curiosità. Mi troverebbe assetata e non saprebbe dissetarmi.
Avvertirebbe il mio terrore di fronte alla sua ottusità, e alla sua poca voglia di non capire ciò che non ha mai capito. Forse capirebbe di avermi persa, ma forse anche no.
E mi vedrebbe scappare, con gli occhi caldi e bagnati, e pieni di rabbia. Con un amore ormai logorato dalla delusione, per tornare con intollerabile sforzo tra le fredde braccia quella città che non mi ha mai parlato, ma che non mi hai detto no e non mi ha mai venduto illusioni.

Perché in quel sogno, nel mentre che affogavo nella paura di aver sbagliato, rincorrevo il bisogno di tornare qui, dove mi sono trovata con serenità quando mi sono svegliata dal mio sonno tormentato.
La città mi ha accolto, senza dirmi che avrebbe sostituito la mia casa. E la nebbia è andata via dai miei occhi quando siamo venuti qui.
Anche se non ho le mie parole ad aiutarmi, anche se non vedo più i colori nei miei discorsi ma devo conoscere quelli degli altri e imitarli per essere capita, anche se il profumo dell’aria non mi abbraccia e non mi scalda, almeno posso respirarla quest’aria, con la dignità e la libertà di scegliere per me.
La terra che mi ha partorita mi ha tenuta ma non mi ha trattenuta, perché non sa come farlo. E quando mi manca è perché penso che sia diversa, ma è sempre uguale. Pigra, ingenua, cieca.  Io l’aspetto ancora, ma da lontano, da un porto sicuro.
Sopravvivo tra fumi d’industrializzazione pieni di una speranza, diversa dalla mia: la scelta. Questa città non mi ha illuso, ma si è offerta silenziosamente alla mia volontà. Mi ha suggerito: scrivici sopra quello che vuoi. Ci sto provando.

Questa volta non ho in mente nessun viso preciso per il mio ritratto, ma seguo la mano, che ha più esperienza della mente, e qualcosa comunque ne verrà fuori.
Al mio risveglio, la serenità mi ha cullato con la realtà dei fatti, scacciando a grandi manate il timore. La vergogna rimane attaccata a me, ma è sincera e si nutre solo di quello che ha di fronte a sé, quindi non ci si può biasimare.

Quando il mio Paese si accorgerà della mia vergogna? Quando se ne vergognerà a sua volta?
Quando saremo tutti esausti, e allora non ne avrà più voglia neanche Lei.

L’amore è grande, ma non è corrisposto, il naufragare porta sempre più lontano ma con la testa sempre volta all’indietro, e non è dolce.

foto-7Però stamattina io ho ritrovato la pace. Ho aperto la porta della mia casa, sono uscita a calpestare la neve nella strada della mia casa, quella neve che non ho mai amato perché l’ho conosciuta troppo poco per apprezzarla, e nel mentre che la musica avvolgeva la mia testa ho sorriso a me stessa guardando per terra.

E mi sono reinnamorata di Londra.

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