Il Santo patrono

Ora che tutto è finito, i discorsi tornano alla normalità.
La fiera dei colori di magie mai invecchiate è passata per il paesello, i suoi abitanti tornano alle beghe quotidiane. Per una settimana bollette, tasse, acciacchi e disperazioni sono stati scaraventati nell’angolo più buio dello sgabuzzino delle scope, per indossare la maschera dello stupore e dell’ammirazione corrodendo l’udito con quelle filastrocche sempre uguali che qualcuno suole ancora definire musica italiana (sarebbe quella approvata, sia chiaro). Personalmente, mi sono risparmiata la non compresa delizia di seguire l’evento, ma gli echi sono giunti fin qui, nella mia piccola capanna oltremanica.
Pensavo: sarebbe stato antropologicamente interessante inventare una storia per questo inesistente Remo. La forza di catturare e imprigionare per una settimana (senza tener conto della catarsi dell’attesa, lunga mesi) un popolo intero, che si vanta progredito, civile e cattolico non è di tutti i santi.  Già lo vedo San Gennaro, con il sangue raggelato dalla rabbia, e San Francesco richiamare con un fischio i suoi lupi per farsi leccare le sue ferite verde invidia. Tralasciamo le sante, tutte riunite in bisbigli carichi di fantasiose calunnie, si sa.

Sarebbe un eroe moderno questo Remo, belloccio e universale, tutto successi e ammiccamenti, così tanto da non poter essere martire. Come il popolo che lo osanna senza saperlo.

Non posso considerarmi esente dall’ondata di gloria del santo inesistente e mi ritrovo qui a scriverne righe e righe. Ma mi domando io, misera emigrata, sognante utopica di un futuro coronato da cultura, meritocrazia, laicità (e ingenuità), dov’è la disperazione? Dove la resistenza di chi è rimasto? Parlo di quei sentimenti che pare stiano segnando il mio Paese in quest’epoca. Perché, se ci sono, così come io li avverto, sono stati nascosti proprio bene per non turbare il povero Remo.

Vorrei riuscire a vedere e capire la consistenza del filtro con cui avete sentito l’evento principale della vita nazionale italiana. Sì, perché non c’è Primo Maggio, non c’è 2 Giugno, e (purtroppo) non c’è 25 Aprile che tenga così uniti gli itaGliani quanto questo santo inesistente che spunta fuori una settimana l’anno. Così catartico e pagano, che se lo scoprissero molti cattolici praticanti inorridirebbero, negherebbero giurando l’ingiurabile, e Dioniso farebbe carte false per averli tutti per sé.

La timeline di Twitter era invasa di ogni genere di piccolo o grande commento su ogni dettaglio di quella sfavillante baracca messa su dalla preistorica televisione italiana. Mentre durante il resto dell’anno ci si arrocca dietro la presa di posizione del disgusto e dell’Idea da difendere. Qualcuno ha amato qualche canzone, a volte per tradizione, a volte spinto dall’imposizione come dovere morale, anche se è un loop identico lungo più di sessant’anni. Qualcuno è stato incuriosito dagli strascichi soft della verità satirica, quella che cerca di conservare quel poco di dignità di informazione che rimane,  senza pensare, o meglio, scansando volontariamente il pensiero della ricompensa che si sono appena intascati i suoi rappresentanti. E per cosa poi? Per sparare due punzecchiate colme di zucchero che reggano il rigido sorriso dell’approvazione di chi comanda. Mi hanno inquietato quelle frasi, lanciate con impeto e coraggio sul palcoscenico: “Va a casa, non vogliamo politica stasera!”
E’ la Distrazione che si vuole? Ma è quella che ci ha piegati e ci ha seviziati in questi ultimi vent’anni, come si fa a chiederne altra quando si è già ebbri, malati di essa? L’assuefazione potrebbe essere la risposta.

La Politica è vita. E noi dovremo amarla e difenderla, non delegarla agli sciacalli per essere distratti e intrattenuti. Dovrebbe infiammarci l’anima e renderci insostituibili. E sarebbe meraviglioso.

Spero di non incontrare questo strano Santo sui nostri visi e nei nostri pensieri l’anno prossimo. Riaccenderebbe le deboli fiamme delle mie speranze.

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